
A cura dello Studio Legale Coviello — aggiornato al 10 ottobre 2026.
Risposta in sintesi. Un marchio può appartenere a due o più persone o società, ma la comproprietà non significa che ciascuno possa decidere liberamente per tutti. Il titolo va gestito con un accordo scritto che stabilisca quote, usi consentiti, licenze, rinnovi, costi, sorveglianza, azioni contro terzi, cessione delle partecipazioni e rimedi in caso di stallo. Senza queste regole, anche un marchio valido e commercialmente promettente può diventare fonte di conflitti e perdere valore.
Questa guida riguarda la gestione del titolo dopo il deposito e non sostituisce l’analisi dello specifico rapporto societario o contrattuale. La forma giuridica dei contitolari, l’origine del marchio, le quote e i mercati interessati possono cambiare sensibilmente la soluzione.
Che cos’è un marchio in comproprietà?
La comproprietà ricorre quando lo stesso marchio è intestato a più soggetti. Può nascere già al deposito, da un acquisto congiunto, da una successione, dalla cessione di una quota o dalla riorganizzazione di un’impresa. I contitolari possono essere persone fisiche, società oppure soggetti di natura diversa.
Il riferimento centrale è l’articolo 6 del Codice della proprietà industriale su comunione e contitolarità. In assenza di una disciplina speciale o di un accordo contrario, i poteri dei contitolari si coordinano con le norme del codice civile sulla comunione, per quanto compatibili. È quindi rischioso affidarsi a formule generiche come “il marchio è di entrambi”: occorre trasformare la comproprietà in un sistema operativo verificabile.
Perché serve un accordo tra contitolari?
L’accordo riduce l’incertezza su decisioni che incidono sia sul diritto sia sull’attività commerciale. Il marchio viene usato su prodotti, siti, domini, campagne, packaging, marketplace e canali social. Una scelta incoerente di un contitolare può compromettere reputazione, distintività o possibilità di dimostrare l’uso effettivo.
Il contratto dovrebbe coordinarsi con statuti, patti parasociali, accordi di distribuzione e licenze già esistenti. Non basta indicare le percentuali: la quota economica non chiarisce automaticamente chi possa autorizzare un terzo, avviare un’opposizione, modificare il logo o assumere un impegno di spesa.
| Area | Regola da definire | Prova da conservare |
|---|---|---|
| Uso del marchio | Prodotti, territori, canali e varianti grafiche autorizzate | Manuale del marchio, cataloghi, fatture e campagne |
| Licenze | Maggioranza richiesta, esclusiva, durata, territorio e qualità | Contratto firmato, allegati e report del licenziatario |
| Costi e ricavi | Quote di spesa, royalties, rimborsi e rendicontazione | Budget, ricevute, estratti e prospetti periodici |
| Tutela | Sorveglianza, diffide, opposizioni e azioni giudiziarie | Report di monitoraggio e decisioni documentate |
| Rinnovo | Responsabile, preavvisi, pagamento e recupero dei costi | Scadenzario, procura, ricevute e certificati |
| Uscita | Prelazione, valutazione della quota, acquisto e passaggio consegne | Perizia, offerta, atto di cessione e annotazione |

Chi può usare il marchio condiviso?
L’uso individuale non dovrebbe essere valutato in astratto. Occorre considerare destinazione del bene comune, interessi degli altri partecipanti, rischio di confusione, qualità dei prodotti e accordi esistenti. Se due contitolari applicano lo stesso segno a offerte divergenti, il pubblico potrebbe non comprendere l’origine commerciale oppure associare al marchio standard incompatibili.
L’accordo dovrebbe quindi indicare almeno categorie di prodotti e servizi, territori, canali di vendita, stile comunicativo, procedure di approvazione e controlli qualitativi. Vanno disciplinati anche nomi a dominio, account social, marketplace e accessi amministrativi: sono risorse operative che spesso restano intestate a una sola persona pur servendo un marchio comune.
È utile conservare prove dell’uso da parte di ogni contitolare e dei soggetti autorizzati. Un archivio ordinato aiuta sia nella gestione quotidiana sia in eventuali procedimenti nei quali l’uso del segno debba essere dimostrato. Sul tema documentale è utile la checklist delle prove per prevenire la decadenza per non uso.
Licenze del marchio in comproprietà: quali decisioni servono?
Concedere una licenza significa attribuire a un terzo il diritto di usare il segno entro limiti determinati. Nel caso di un marchio condiviso, prima della firma occorre verificare chi sia autorizzato a negoziare e approvare l’operazione. Una licenza esclusiva, in particolare, può ridurre lo spazio operativo degli stessi contitolari e incidere sulla valorizzazione futura.
Il contratto deve precisare natura esclusiva o non esclusiva, territorio, prodotti e servizi, durata, sublicenze, standard qualitativi, approvazione dei materiali, royalty, rendicontazione, audit, tutela contro le violazioni e conseguenze della cessazione. La guida interna sulle clausole essenziali e i controlli nella licenza di marchio approfondisce questi punti; un ulteriore quadro operativo è disponibile nella pagina dello Studio dedicata a requisiti, limiti e costi della licenza del marchio.
È opportuno prevedere una procedura di firma e un registro delle licenze, con scadenze e responsabili. Quando necessario, si valuterà anche l’annotazione presso l’ufficio competente. Non esiste una clausola standard valida per ogni situazione: assetto societario, mercati e potere contrattuale richiedono una verifica specifica.
Un contitolare può rinnovare il marchio per tutti?
Il comma 1-bis dell’articolo 6 del Codice della proprietà industriale consente a ciascun contitolare di presentare istanze, proseguire procedimenti, presentare ricorsi, pagare tasse di mantenimento e rinnovare il titolo nell’interesse di tutti. La previsione riduce il rischio che l’inerzia di uno solo provochi la perdita del diritto, ma non risolve la ripartizione interna dei costi.
L’accordo dovrebbe stabilire chi monitora le scadenze, con quanto anticipo avvisa gli altri, quale conto sostiene il pagamento e come vengono recuperate le quote. Lo scadenzario per il rinnovo del marchio aiuta a organizzare i controlli; il video dello Studio sulla durata della registrazione del marchio offre un richiamo sintetico al ciclo di vita del titolo.
Cessione della quota e ingresso di un nuovo contitolare
La vendita di una quota modifica equilibrio decisionale, ripartizione dei costi e controllo sul segno. Per questo l’accordo può prevedere prelazione, gradimento, divieto temporaneo di trasferimento, criteri di valutazione e obblighi informativi. Prima di acquistare, il nuovo soggetto dovrebbe verificare registri, rinnovi, licenze, opposizioni, contenziosi, prove d’uso e vincoli esistenti.
Dopo la cessione occorre aggiornare i registri pertinenti. La procedura cambia secondo il titolo interessato: il percorso italiano, dell’Unione europea o internazionale richiede documenti e uffici diversi. La guida sul cambio di titolare presso UIBM, EUIPO e WIPO riepiloga le verifiche; per i marchi UE si possono consultare le FAQ ufficiali EUIPO sulle iscrizioni nel registro, mentre per le registrazioni internazionali WIPO descrive la procedura di modifica totale o parziale della titolarità nel Sistema di Madrid.
Quando il marchio è utilizzato anche come bene finanziabile o garanzia, quote e vincoli devono essere letti insieme. L’approfondimento su uso del marchio come garanzia per il credito mostra perché una titolarità chiara incide sulla bancabilità dell’asset.
Come prevenire stallo e conflitti tra contitolari?
Lo stallo nasce quando le regole non indicano chi possa decidere oppure quando le maggioranze richieste non si formano. Le conseguenze possono essere concrete: rinnovi pagati in ritardo, licenze non concluse, contraffazioni non affrontate, campagne bloccate o prove d’uso disperse.
Le clausole di prevenzione possono prevedere un responsabile operativo, materie riservate, maggioranze graduate, un comitato, escalation tra referenti, mediazione, perizia di un esperto e meccanismi di acquisto della quota. Le soluzioni di uscita devono essere sostenibili: prezzo, metodo di valutazione, termini di pagamento, consegna di archivi e credenziali e cooperazione per le annotazioni.
Se il progetto comune termina, non sempre è possibile “dividere” il marchio come un bene materiale. Le alternative possono includere cessione dell’intero titolo, acquisto delle quote da parte di uno dei partecipanti, conferimento a una società comune o licenza limitata. La scelta deve preservare validità del segno, continuità commerciale e chiarezza verso il pubblico.

Checklist per gestire correttamente un marchio in comproprietà
- Verificare intestatari, quote, territori, classi e stato del titolo nei registri.
- Ricostruire l’origine della contitolarità e i documenti che la provano.
- Mappare usi, licenze, domini, account social, marketplace e accessi.
- Definire decisioni ordinarie, materie riservate e maggioranze.
- Stabilire standard qualitativi e approvazione delle varianti del segno.
- Assegnare responsabilità per scadenze, rinnovi e pagamenti.
- Organizzare sorveglianza, diffide, opposizioni e azioni contro terzi.
- Regolare costi, ricavi, royalty, rendicontazione e audit.
- Prevedere cessione delle quote, prelazione, valutazione e uscita.
- Conservare in un fascicolo unico contratti, prove d’uso e ricevute.
La verifica dovrebbe confluire in una revisione periodica del portafoglio. Il metodo proposto nell’audit annuale del portafoglio marchi consente di collegare responsabilità, costi e rischi senza aspettare una crisi.
Domande frequenti
Un marchio può essere intestato a più persone o società?
Sì. La contitolarità è ammessa. I rapporti tra titolari vanno però organizzati considerando il Codice della proprietà industriale, le regole civilistiche compatibili e gli accordi tra le parti.
Un solo contitolare può rinnovare il marchio?
L’articolo 6, comma 1-bis, del Codice della proprietà industriale consente al singolo contitolare di compiere anche il rinnovo nell’interesse di tutti. Restano da regolare internamente costi, informazione e responsabilità operative.
Un contitolare può concedere da solo una licenza esclusiva?
Non va presunto un potere individuale illimitato. L’esclusiva può incidere sull’intero asset e sugli altri partecipanti. Occorre verificare quote, accordo, disciplina applicabile e approvazioni richieste nel caso concreto.
Che cosa deve contenere l’accordo di comproprietà?
Quote, usi consentiti, standard qualitativi, licenze, costi e ricavi, rinnovi, prove d’uso, sorveglianza, azioni contro terzi, cessione, gestione dello stallo e uscita. Gli allegati operativi sono importanti quanto le clausole generali.
Come si aggiorna la titolarità dopo la cessione di una quota?
Servono un atto idoneo e la procedura di annotazione o iscrizione presso l’ufficio competente. Documenti e modalità variano per marchi italiani, dell’Unione europea e internazionali.
Valutare l’accordo prima che nasca il conflitto
La comproprietà può essere una scelta efficiente quando competenze, investimenti e mercati sono realmente condivisi. Diventa fragile se il titolo resta comune ma obiettivi, responsabilità e documenti divergono. Una revisione preventiva consente di individuare scadenze, licenze, vincoli e clausole mancanti prima che incidano sul valore.
CTA. Per esaminare titolarità, accordo tra contitolari, licenze, scadenze e modalità di uscita, è possibile richiedere allo Studio Legale Coviello una verifica mirata del marchio e dei relativi contratti. L’analisi viene calibrata sul titolo, sui registri e sull’organizzazione effettiva dei soggetti coinvolti.